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FESTA DI SAN NONNOSO
                                          
                    


San Nonnoso Martire dell'ascesi sul Monte Soratte.

Dal lavoro di Alessandra Zozi
Per la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali


Rileggere la storia legata a S. Nonnoso significa recuperare le tappe più esaltanti di tutta questa vicenda, che ancor oggi si leggono nei luoghi del Soratte, dove Nonnoso visse ed operò.
Il primo a parlarci di S. Nonnoso, fu Gregorio Magno, che lo descrive umile e santo; quando, infatti, nel 593, il pontefice per aderire alle richieste di molti amici, si apprestava a scrivere le storie miracolose dei santi italiani nei "Dialoghi", chiese a Massimiano, vescovo di Siracusa, di inviargli tutte le notizie, relative ai miracoli da essi operati, di cui egli era a conoscenza.
Lo pregava, in particolare di informarlo "de domno Nonnoso abbate, qui iuxta dommum Anastasium de Pentumis fuit", del quale il vescovo siracusano già gli aveva narrato a voce "aliqua...quae oblivioni mandavi". Massimiano accontentò l'amico pontefice, il quale racconta sul santo quanto ha appreso dal vescovo e da Laurione, vecchio monaco di Suppentonia (Castel S. Elia) vissuto sotto il governo del Santo abate Anastasio, amico di Nonnoso.
S. Gregorio definì così Nonnoso "praeposito monasterio in monte qui Soractis dicitur", ma più oltre qualificando di asperrimo il monastero, aggiunge "eius monasterium in summo montis cacumins situm erat".
Purtroppo tutto ciò che Gregorio ci riferisce si limita a tre miracoli che ebbero Nonnoso per protagonista, senza alcun riferimento cronologico, che consenta di stabilire gli estremi della vita del Santo.
Riguardo alla sua morte si è molto discusso. S. Antonino, Arcivescovo di Firenze, la vuole avvenuta nell'anno 550, il Baronio indica come data il 511 e l'ultimo studio fissa la data nell'anno 560.
Quello che è certo, è che l'esperienza di vita monastica di S. Nonnoso, si svolse nel VI secolo e precorse i tempi della sua futura organizzazione.
Vissuto negli anni di S. Benedetto, S. Nonnoso, è uno di quelli che in quel periodo così oscuro,lasciarono la vita di ogni giorno per farsi da parte, riflettere pregare e gettare i presupposti per la futura rinascita.
S. Nonnoso così, scalò il Soratte, la cui fama di Monte solitario e sacralmente punto di riferimento nei secoli passati, non doveva essergli sconosciuta.
Tra quelle rocce, cominciò la sua vita solitaria, mentre un altro grande uomo, Benedetto, iniziava analoga esperienza.
S. Nonnoso fu monaco Benedettino, uno dei primi, forse prima ancora che la regola si organizzasse e si imponesse; fu quindi anche se personaggio minore della storia, un uomo nuovo.
Il Soratte lo ospitò nei luoghi stessi, che avevano visto i riti pagani, e proprio da qui, con la sua semplice vita, mandò il messaggio di fede, che puntualmente nei secoli giunse al paese, che per tradizione o leggenda gli avrebbe dato i natali.
S. Nonnoso rappresenta, insieme a molti altri, come S. Benedetto o S. Antonio una tipologia nuova di Santità, che si impose dopo l'era dei martiri, quella cioè degli asceti e degli eremiti. In questo periodo (V-VI sec.) infatti, ci fu un'estensione del concetto di santità, e risultava essere Santo chi si imponeva all'attenzione delle persone, non più per la morte violenta subita o l'effusio sanguis, ma piuttosto ci si infliggeva patimenti durissimi durante la vita.
Tuttavia l'ascetismo non consisteva in un'unica forma di privazione e se alcuni di questi Santi cercavano di emulare la Passione, praticandosi volontariamente delle ferite sul corpo che corrispondevano a quelle inflitte a Cristo, altri praticavano una forma di ascesi consistente nel dormire sulla nuda terra o in altro luogo impervio e altri ancora imponevano a se stessi un grado di austerità nell'alimentazione e nel vestiario. Eppure tutte queste rinunce e sofferenze volontarie, non avevano lo stesso significato per tutti. Coloro, infatti che si infliggevano questi patimenti, pensavano in tal modo di espiare le colpe passate e rendere omaggio a Dio: chi, invece, assisteva a queste manifestazioni, era profondamente colpito da tanta volontà e considerava queste forme di vita, dei modi per il conseguimento della perfezione cristiana. E infatti, fu proprio sulla base di questi comportamenti che si generò intorno a questi personaggi quella che si suole definire "Aurea Sanctitatis", la prima forma di devozione popolare da parte di gruppi di persone che facevano pressione per vedere riconosciuti i meriti e le sofferenze di una persona, spesso un proprio compaesano con cui a volte, avevano vissuto a stretto contatto o di cui ne avevano apprezzato le doti morali.
In parte, forse questo, è ciò che accadde anche a S. Nonnoso, il quale come suddetto, o per tradizione o per leggenda, sarebbe nato nella nostra terra e avrebbe ricevuto i natali da una famiglia di antica tradizione.
Quando il Degli Effetti scriveva la sua opera (1675) esisteva veramente a S. Oreste una illustre famiglia Nonnosi ed anche se non abbiamo fonti che comprovino l'esistenza di questa famiglia all'epoca in cui visse S. Nonnoso, quest'affascinante ipotesi non è da scartare del tutto.
Nel medioevo o forse ancora prima, la santità di un uomo era associata, nell'opinione comune, al fatto di appartenere ad una gens illustre, che godeva di un prestigio tutto particolare e di tutta una serie di virtù o poteri, i quali venivano naturalmente trasmessi alla nascita.
La gente così, era portata a credere  che i santi usciti dalle fila di una nobile famiglia, avessero, per dirla in termini scientifici, una sorta di codice genetico della santità, che era insito in tutti i componenti di una determinata famiglia e che veniva concesso loro per virtù di nascita.
Tutto ciò è solo ipotizzabile per S. Nonnoso, è però senz'altro vero per coloro i quali appartenevano alla famiglia Nonnosi, che vanta personaggi illustri e di vita santa come per esempio la pia fanciulla Bernardina Vittoria Nonnosi vissuta santamente morì in buon concetto nel novembre 1732 e dopo trentadue ore dalla sua morte il corpo mostrava ancora segni di corruttibilità, e anzi i medici che la visitarono scrissero nella loro relazione che stante flessibilitate omnium singulorum membrorum cadaveris, l'incorruttibilità del corpo, era considerata il primo indizio della santità: quando, infatti, una persona in odore di santità moriva e dopo un certo numero di ore, il corpo rimaneva integro e non erano riscontrati da medici mutamenti di natura fisiologica, tutto ciò era considerato un altro segno della loro lezione divina.
Tutti i fenomeni legati alla buona conservazione delle spoglie avevano molta importanza nella nascita di una fama sanctitatis,in particolare quando si trattava di reliquie "inventae", dopo che erano rimaste per lungo tempo sotto terra o erano state traslate da una sepoltura ad un'altra, come nel caso di S. Nonnoso, le cui reliquie subirono varie vicissitudini, le quali però ogni volta, servirono a rinvigorire il culto per questo Santo monaco.                                                  

                                         






               

                 






























































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